Giorgia era irrecuperabile: con qualsiasi cosa vedesse scorrere fuori dal finestrino del treno avrebbe voluto intessere un rapporto il più presto possibile, prendere una bevanda da quel distributore, fare un tuffo in quella piscina, mangiare un boccone in quella trattoria, stringere la mano a quella signora, innamorarsi di quel ragazzo laggiù, ormai in fondo al suo campo visivo.
20180223
20180222
#1866
La cosa non tornava: perché mai sarei dovuto andare a ritirare i soldi di resto del caffè fuori dal bar, in quella roulotte dismessa nel parcheggio, dove si aggiravano loschi figuri dall'aspetto vagamente patibolare?
Quando il gestore si fece minaccioso fu mio cugino a intervenire, anche se lui e i suoi compari, che dello stronzo erano alla fin fine conoscenti e forse anche amici, avevano un'aria complice, come a dire lascialo stare per questa volta, è con noi, non è di qui e non sa come funzionano le cose, non è colpa sua se viene dalla città, e in quel momento fui certo che se avessero dovuto davvero scegliere tra me e lui si sarebbero sicuramente tirati indietro lasciandomi sprezzanti al mio destino.
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20180221
#1865
La polizia non sapeva cosa pensare. Dal lungo bus giallo che si era ribaltato lungo la statale erano venuti fuori alla spicciolata una ventina di ragazzi delle età più diverse che avevano tutti dichiarato di essere figli e figlie del vecchio che li seguiva, un beone privo di denti e con la barba di diversi giorni—e i vestiti di diverse settimane— i cui documenti provavano che non aveva nessun parente prossimo e su cui, come venne poi fuori, risultavano solo una serie di arresti per ubriachezza molesta.
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20180219
#1864
Mentre spiegavo al sergente la corretta procedura per preparare le uova in camicia mi resi conto che la mensa si era fatta via via più silenziosa, e che ora tutto il plotone guardava verso di noi come se in corso ci fosse una battaglia. Era la mia occasione: i dati tecnici, conditi con affabulazione e un pizzico di retorica sulla precisione come ingrediente cardine non solo di una buona ricetta ma anche di una buona condotta di vita, non solo misero a tacere tutte le maldicenze sul mio conto, ma conquistarono commilitoni e superiori, finché con la mossa dell'uovo sul toast e lo scacco dell'erba cipollina sull'uovo quel coglione del sergente fu costretto a dichiararsi sconfitto. Sapevo che me l'avrebbe fatta pagare cara, ma ora sapevo anche di avere tutti dalla mia parte, e che gli sarebbe stato molto difficile passarla liscia. Così decisi di fregarmene e di godermi la vittoria, e mi rimisi a mangiare i miei fagioli col sorriso sporco di sugo.
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20180218
#1863
Damon Albarn mi fa entrare nella sua cameretta.
Chitarre appese alle pareti, synth infilati in ogni dove, vecchi impianti stereo, e una pila di scaffali ricolmi di audiocassette.
"Queste le ascolto ogni giorno," dice eccitato dal mio interesse, e ne mette su una dei Primus.
Allora prendo l'unica chitarra già collegata all'amplificatore e inizio a improvvisare sul primo pezzo, e lui si gasa ancora di più: si china sotto al letto, ne sfila via un'enorme custodia piatta, la apre e tira fuori un magnifico basso Rickenbacker rosa neon. Sono abbagliato. E quando Damon lo collega a un altro amplificatore e si innesta nella jam session quasi ci dimentichiamo della canzone che stiamo ascoltando, presi come siamo dal flusso dell'esperienza.
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20180217
#1862
È stato per non schiacciare quel maledetto insetto, ecco perché ho poggiato male il piede e mi sono slogato la caviglia. È per questo che me vedi ora zoppo venire a te.
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20180216
#1861
Il nome e il numero di matricola erano ancora perfettamente leggibili, ma la fotografia continuava a sbiadire man mano che il tempo passava e, come una sindone, del volto stampato non sarebbe rimasta che una labile traccia a cui nessuno avrebbe potuto mai dare credito.
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20180215
#1860
Ormai Dmitri era così abituato a infiorettare ogni canzone che ascoltava con doppie e triple voci o una sorta di basso continuo spontaneo che aggiungevano strati a salire o a scendere dalla linea melodica originale, che se quando le risentiva non attaccava subito a cantarci sopra gli sembravano composizioni totalmente diverse, versioni a frequenza più stretta o arrangiate in penosa economia.
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20180214
#1859
Sognare di avere l'epatite—un'epatite a caso, la dottoressa non era stata dettagliata ma la sua paura era sicuramente quella, o almeno così aveva detto a mia madre poco prima che ci mettessimo in auto per tornare mestamente a casa—è quasi come averla davvero. La sveglia è in angoscia, una vita complicata davanti, problemi, medicinali, soldi, e a poco vale il sollievo di sapere di essere stati davvero malati ma solo per il tempo di un incubo.
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20180212
#1858
Quando fu tornato in superficie il cielo era ancora grigio peltro, ma aveva ormai smesso di piovere.
Risalì le scale dal lato destro, reso già già asciutto dai passi di chi l'aveva preceduto uscendo dalla metropolitana, mentre su quello di sinistra permaneva una patina scura d'acqua.
Un'altra giornata molto difficile stava per cominciare.
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20180206
#1857
Chi poteva sospettare che sotto terra Parigi fosse un unico sistema di canali d'acqua navigabili?
È così che a bordo della nostra barca perfettamente attrezzata giungemmo in piazza, appena in tempo per vedere l'apocalittico tramonto che ci attendeva oltre la cattedrale.
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20180205
#1856 (a N.)
"Dopo un po' senza carte uno si annoia."
Ovunque tu sia ora, che tu possa sempre trovare un mazzo di carte e non annoiarti mai.
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20180204
#1855
E dopo essere transitati per quella parte della vita in cui tutti gli amici cominciano a fare figli eccoci dunque giunti a quella in cui la vita stessa rischia di interrompersi da un momento all'altro, per un nonnulla, un malore improvviso, cause ancora da accertare.
Allora è così.
E va bene.
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#1854
Dopo una buona mezz'ora la Renault 4 che ci eravamo lasciati dietro lungo la strada venne a fermarsi accanto a noi nel parcheggio dell'Autogrill. I nostri sospetti si rivelarono fondati: non solo i suoi occupanti—una famiglia intera, comprensiva di nonni—erano davvero tutti vestiti come negli anni '70, come avevamo immaginato di vedere mentre li superavamo, ma ci confessarono di essere effettivamente in viaggio dal 1978, e di non essere ancora riusciti a raggiungere la loro meta.
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20180201
#1853
Così, ogni volta che entravamo in una nuova nazione, dovevamo aspettare che ci mandassero il codice PIN a sbloccare la situazione. Quando lasciavo la sua mano mentre venivo fatto passare oltre i tornelli, il piccolo Qiang sembrava sempre il più tranquillo tra noi, come se a ogni frontiera la sua vita non fosse legata a quella serie di zero e uno che tardavano ad arrivare.
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#1852
In piedi nella notte, i passi sul parquet scricchiolante, verso l'origine del rumore che lo ha svegliato.
Proviene dallo specchio, da dietro lo specchio; ma dietro lo specchio c'è la cabina armadio, e nella cabina armadio non c'è niente. Quindi il rumore—un ticchettio ritmico, più lento di un orologio e più cupo del gocciolio dell'acqua—proviene da dentro lo specchio, dal riflesso di qualcosa che non vedrà finché non gli sarà di fronte.
In piedi nella notte, fermo sul parquet silenzioso, ha improvvisamente paura di muovere un atro passo e affacciarsi nell'abisso.
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20180130
#1851
Le ragazze scesero dall'auto e scapparono verso l'ascensore, così mi ritrovai da solo a cercare una via di fuga da quel garage.
La porta delle scale era aperta, dall'alto la luce della libertà si faceva faticosamente strada nella caligine.
"Charlie Manson non scappa," mi dissi mentre imbracciavo il fucile.
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#1850
È vero, un tempo pensava che non era possibile essere una rock star e contemporaneamente doversi cucinare broccoli la sera. Ma ora era convinto di poter quantomeno essere uno stimato e soddisfatto professionista anche se allo stesso tempo costretto a stirarsi le camicie.
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20180126
#1849
Parte I
Quando sentimmo la profonda esplosione a largo dell'isola, in mezzo all'oceano, alcuni corsero sugli scogli della costa per capire cosa fosse successo.
Non ci volle molto per rendersi conto che non avrebbero mai fatto in tempo a tornare indietro: l'onda era enorme oltre ogni dire, a parte il cielo e il mare stesso più grande di qualsiasi cosa avessero mai usato come metro di paragone durante la vita che su quegli scogli stava per interrompersi.
Così preferirono restare lì in piedi ad aspettare che lo spaventoso muro d'acqua li investisse, spazzando via tutto, la vita, la costa e gran parte dell'isola che avevano considerato casa.
Parte II
Tra i pochissimi che sopravvissero, negli anni successivi alla catastrofe io e Kari esplorammo regolarmente i resti di fabbriche, uffici e case in cerca di qualcosa di utile alla nostra sussistenza: pinze, un cutter, fil di ferro, cose del genere.
Ma quel giorno non eravamo soli. Facemmo appena in tempo a nasconderci sotto un palco che doveva essere servito per fare annunci e dare premi durante manifestazioni aziendali, quando un gruppo di uomini e donne in divisa entrarono nella grande sala.
Le giubbe erano nere con decorazioni dorate, e sembravano tutti molto organizzati e determinati, tanto che il mio primo pensiero non fu che fossero anche loro dei sopravvissuti ma che avessero piuttosto a che fare direttamente con l'esplosione che aveva dato avvio alla nostra possibile estinzione.
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20180124
#1848
Su venticinque passeggeri in quella carrozza della metro, quindici erano attaccati ai loro smartphone. Per tutta Umeyaki Masakuro risposta tirò fuori il suo taccuino e cominciò a scrivere: "Su venticinque passeggeri in quella carrozza della metro"...
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20180121
#1847
A meno che la loro arte non abbia una diretta e imprescindibile relazione con la loro vita privata, dell'uomo e della donna dietro l'artista non me ne importa sostanzialmente nulla.
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#1846 (iQ #45)
E nel freddo
all'esterno della porta
passi sulla neve
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20180118
#1845
Il respiro, il battito del cuore, quello delle ciglia, il bisogno di dormire.
Queste, sopra tutti gli atri inspiegabili automatismi che il corpo adotta per vivere, erano le cose che più lo stupivano.
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20180113
#1844 (Elegia giapponese #11, iQ #44)
Preda del fuso orario
pericolosamente presto
a letto
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#1843 (Elegia giapponese #10)
Al di fuori del finestrino, libero dalla pressione che ci costringeva nell'aeromobile e ci permetteva di sopravvivere, il sole stava intanto sorgendo sopra un orizzonte che non potevamo vedere, al di sotto dello strato di nuvole al di sopra del quale stavamo viaggiando ormai da quasi diecimila chilometri lungo un asse curvo che collegava l'Asia all'Europa.
La sua luce rossa e gialla cercava di emergere attraverso la pesante coltre grigio-azzurro, come il ribollire di un fuoco immenso esploso nel centro di una terra irraggiungibile e ormai per sempre perduta, la versione visiva ma non veduta del Rosso che aveva ossessionato Jack London alla fine dei suoi racconti.
Lo sguardo di Nakagawa San si era ormai perso nella terribile densità di quella radianza.
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#1842 (Elegia giapponese #9)
Quando si parla di Tokyo usare la metafora dell'alveare o del formicaio non renderebbe onore e giustizia alla sua complessità.
Sarebbe più corretto parlare infatti di una serie di alveari o formicai interconnessi, dove la perfetta organizzazione di ognuna delle varie realtà sincretiche non contrasta e anzi dialoga in un adattamento continuo con quella di tutte le altre.
Ma anche questo paragone è improprio, perché alla struttura funzionale di queste macchine comunicanti si aggiunge e integra quella meno controllabile e fondamentalmente caotica non solo e non tanto del cittadino, che—regolato da leggi etiche e comportamentali di base precise e condivise anche se non scritte—è tutto sommato a sua volta uno di questi sistemi pressoché perfetti, quanto del turista che, a dispetto di quello che dovrebbe essere il suo ruolo—ospite interessato a conoscere una nuova cultura—quasi sempre con molta difficoltà si adegua a sistemi di segni e regole diversi da quelli a cui è avvezzo, generando un'entropia che solo un organismo socio-urbanistico abituato a gestire in ogni istante una quantità enorme di variabili, quale è appunto Tokyo, sarebbe capace di tenera a bada in modo da evitare il collasso.
Tokyo sembra anzi sopravvivere proprio grazie a questo equilibrio instabile e perciò flessibile, a questa fluidità che pare essere parte costituente della sua cultura e senza la quale tutto si fermerebbe, crollando sotto al peso della sua stessa complessità.
Forse è tutto sommato più sensato non usare alcuna metafora, e limitarsi piuttosto a constatare che la città è fatta di esseri umani che si comportano non come tutti gli esseri umani ma come una determinata specie, adusa ai forti contrasti tanto da riuscire sempre ad evitare che diventino irrisolvibili contraddizioni.
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#1841 (Elegia giapponese #8)
A Tokyo la definizione di città sta stretta.
È una megalopoli risultante dall'unione di più città, a loro volta fatte di quartieri, a loro volta composte di zone, a loro volta formate da complessi di edifici enormi, in molti casi ad esclusivo uso commerciale, in cui molto spesso ognuno dei numerosi e vasti piani è occupato da una singola attività, o da uno specifico reparto, pieno all'inverosimile della moltitudine di oggetti e servizi che costituiscono il loro core business, e nei cui magazzini e tra i cui corridoi e dietro le cui casse pullulano uomini e donne in divisa, iperattivi, precisi, organizzati, esperti, ligi, corretti, gentili, sorridenti, disponibili, ossequiosi, singole entità che costituiscono gli addetti di un reparto, uniti nello spirito della vendita alle singole entità degli altri reparti, a formare gruppi di lavoro dedicati a un determinato settore, che messi assieme formano il corpo dipendente al lavoro per la società che ha in affitto o possiede quel piano di quell'edificio, che è solo uno dei department stores in cui sono impiegati tutti gli altri corpi dipendenti, uniti nello spirito della vendita ai corpi dipendenti di tutti gli altri department stores in tutti gli altri edifici di tutte le altre zone di tutti gli altri quartieri di tutte le altre città dalla cui unione risulta la megalopoli che è Tokyo.
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#1840 (Elegia giapponese #7)
Se si escludono templi, santuari e pagode, luoghi non confinati alla propria geografia, che pure è vasta tanto da risultare e sproporzionata, Kyoto è essenzialmente una città inospitale.
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#1839 (Elegia giapponese #6)
Ma se il Buddha è l'apice di un pensiero basato sull'assenza di passione e sul distacco dalle cose terrene, sulla serenità che deriva dall'abbandono di ogni pulsione umana, ed è per questo che la persona Buddha è diventato la divinità Buddha, allora perché l'uomo si ostina a pregarlo? A cosa servono le sue parole, i suoi inchini, le sue offerte? Non comprende che il principio della santità del Buddha sta nell'oblio di ogni rapporto con l'uomo? Che la sua raggiunta serenità né fa l'essere meno logicamente adatto ad essere pregato ed invocato? Che è sordo alle richieste dell'uomo? Che dell'uomo non gli importa più nulla? E che forse tutto sommato all'uomo non dovrebbe importare nulla di lui?
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#1838 (Elegia giapponese #5)
Il buddismo è intelligente in modo perfino più sottile del cristianesimo, sicuramente più raffinato: essendo basato letteralmente sul nulla, il nulla più totale e assoluto essendo l'unico vero e dichiarato obbiettivo del culto, tutto può essere oggetto di devozione. Cercare di vedere la quindicesima pietra tra le quattordici visibili in un perfetto paesaggio asciutto ne è un esempio ideale: anche una pietra, l'idea più solida del nulla e contemporaneamente il suo più concreto opposto, diventa, attraverso il nulla stesso che rappresenta e incarna, mezzo d'elezione per arrivare al definitivo ed eterno nulla.
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#1837 (Elegia giapponese #4)
Kyoto è una di quelle città che, come altre nel mondo, ha deciso di sostituire all'esperienza il suo surrogato: gli oggetti in vendita non hanno più l'effetto di ricordare l'esperienza della città in sé ma solo quella dell'acquisto degli oggetti stessi. È l'acquisto dell'esperienza.
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#1836 (Elegia giapponese #3)
In fatto di religione i giapponesi hanno anticipato di parecchi secoli qualsivoglia teoria quantistica: qui si può essere contemporaneamente buddisti e scintoisti, scegliendo di volta in volta la natura del rito a seconda della necessità.
La cremazione, inoltre, risolve più in generale anche il diffuso problema degli zombie.
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#1835 (Elegia giapponese #2)
La cosa che più colpisce nell'immediato è la quantità di bagni pubblici, in ogni dove, puliti, gratuiti. Sono secondi solo alla presenza degli innumerevoli addetti ai lavori: parcheggiatori, vigili, poliziotti, guardie, hostess, commessi, bigliettai, controllori, di ogni età, ognuno con la sua divisa, il suo cappello e il suo badge, indicibilmente impegnati e ligi al loro dovere, come se ci fosse davvero un'occupazione per tutti o ognuno avesse il suo compito ben preciso, la mancanza di svolgimento del quale manderebbe tutto a rotoli. Questa massa di impiegati è a sua volta seconda solo all'impressionante messe di fedeli che, nel ruolo di dispensatori, riceventi o mediatori, si dedicano ai culti e che, in bilico tra devozione e commercio, ricevono, comprano o smerciano al dettaglio ogni genere di oggetto sacro. Oggetti che a loro volta superano per quantità e varietà qualsiasi altra cosa vista in giro.
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20180112
#1834 (Elegia giapponese #1)
A dispetto di quel che si può sentire in giro da esterofili a tutti i costi, il bidet nella tazza del water non è l'idea più comoda del mondo (specie se si è svegli da 26 ore e non si riesce ancora a mettere a fuoco non solo i minuti caratteri esplicativi sulla plancia di comando, ma anche tutto un sistema culturale fatto di valori e riferimenti sconosciuti), ma se non c'è lo spazio per un vero bidet (e, forse è scontato notarlo, ma in una città di quasi nove milioni e mezzo di abitanti—milioni che diventano quasi trentasei se contiamo tutta l'aria metropolitana—lo spazio è letteralmente ridotto al minimo) questa soluzione diventa un insostituibile segno di civiltà.
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20180110
#1833 (Elegia giapponese #0)
Oh, Fatina, Fatina dell'Economy class, anche solo un'ora di sonno sarebbe benvenuta, dopo il single–serving meal di Natale e lo spumante a buon mercato, dopo il film sull'origine del mondo e L'arte della fuga di Bach, dopo aver attraversato l'intera Russia e sorvolato il mar del Giappone, un'ora di sonno, solo un'ora da te vorrei. E domattina, quel che vedrai sulla tua fronte dopo averla detersa col tuo panno caldo e leggermente profumato non sarà un brufolo, ma un'increspatura della tua bellezza.
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20180109
#1832
La mia vita è una continua, imperterrita battaglia ingaggiata con la vista: subirla, amarla, crederle, fingerle di crederle, credere di averne bisogno, convincersi di non averne bisogno, odiarla, ripudiarla, recuperarla, crederle nuovamente e nuovamente odiarla, temerla, abbandonarla, preferirle qualsiasi altro senso, non poterne fare a meno, lasciarsi vincere, resisterle, soccomberle.
Eccomi di nuovo alle prese con la mia vista e le sue pretese, i suoi bisogni, la dedizione necessaria a preservarla, a fingere nuovamente di crederle, di potermi fidare, di volerla sfidare, finché non sarà lei a reclamare la mia attenzione, a vincere di nuovo, a vincermi per l'ennesima volta, a dimostrarsi onnipotente.
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20180108
#1831
Non importa quanto tempo sia passato da quando è accaduto, né che non sia successo mai più, da allora e per sempre lui è l'uomo che svenne in mensa, la sua condizione è ormai per tutti immutabile, congenita, agli occhi di tutti una sua caratteristica peculiare, esclusiva, nei ricordi di ognuno lui è nient'altro che l'uomo che quella volta svenne.
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20180107
#1830
È il gioco di un gioco di un gioco di un gioco di un gioco di un gioco di un gioco di un gioco...
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20180106
#1829
Quel che mio padre sembrava non voler capire era che, incolonnati come eravamo in quel serpente di auto in festa, più ci inoltravano nelle stradine del paese e più difficile sarebbe stato riuscire a tornare indietro.
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20171223
#1828
Il 'cinesino', come lo chiamavamo ormai affettuosamente, era alto più di un metro e ottanta e, sponsorizzato fino all'osso, ci precedeva di qualche passo rimettendo le racchette nella sacca.
"È 376° nell'ATP e la mamma lo fa giocare con noi?"
"Meno male."
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20171222
#1827
In camera sua avevo visto quel libro battuto a macchina e rilegato artigianalmente, esattamente uguale alle decine che avevo io, e avevo capito che dovevo assolutamente scoprire se era lei ad averlo scritto.
Quando fu il momento di metterci a tavola feci in modo da sederle accanto e, senza guardarla, come se la cosa non mi riguardasse affatto o la stessi dicendo a qualcun altro, ma inequivocabilmente rivolto a lei, cominciai a chiedere: "Ti è già capitato di, il tuo lavoro è, o hai intenzione di, avresti voglia di, ti hanno proposto di, credi di essere brava a, pensi di non essere capace di, hai paura di, senti di essere nata per, sei famosa per, l'unica cosa che ti riesce bene è, nella vita non fai altro che, moriresti piuttosto di non poter, uccideresti se ti impedissero di, in questo momento preferiresti scrivere libri battuti a macchina e poi rilegati artigianalmente?"
Nel frattempo, come se avesse già capito dove volevo andare a parare, come se mi avesse già perdonato l'impudenza e mi avesse già scrutato nell'intimo, e come se fosse già d'accordo con me che quelle domande andavano fatte e che una risposta andava data, anche se di preferenza non verbalmente, aveva appoggiato la testa sulla mia spalla, e sentivo emanare da lei un'incredibile comprensione, una forma seducente e pericolosa di perfetta immedesimazione.
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20171221
#1826
Ma i musicisti non si stancano di suonare da capo le stesse canzoni ogni volta che viene premuto play, esattamente uguali alla volta prima, perfettamente coincidenti alla volta successiva? A volte Victor Fujiyama fantasticava di sentire piccole variazioni, note diverse inserite abilmente tra una strofa e l'altra, la rivincita di un invisibile dio del caos contro l'era della riproducibilità tecnica.
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20171218
#1825
Il tubo si trovava nella periferia ex-industriale fuori città, un semplice tubo di plastica ondulata che dall'interno del mondo veniva fuori in orizzontale proprio qui, in quest'aria dismessa, a rivelarci un segreto altrimenti indicibile, o forse solo a farci altre domande.
L'unica cosa che scoprimmo è che era in qualche modo legato a un anello che era in possesso della nostra famiglia da generazioni. La prima volta cadde inavvertitamente, e il risultato fu incredibile: distorsioni della prospettiva e del colore, come se una serie di specchi deformanti si riflettessero a vicenda o una serie di prismi rifrangessero l'uno nell'altro la luce. Poi imparammo pian piano a lanciare l'anello sempre più in fondo, fino a modificare la nostra percezione dell'aria e dello spazio, probabilmente anche del tempo.
Per quanto la cosa fosse affascinante, non era nulla a confronto di quel che sarebbe poi accaduto una volta tornati a casa quando, attraversando i corridoi illuminati in colori pastello e aprendo porte leggere come piume, l'origine di quel mistero inspiegabile sarebbe venuto a trovarci durante la notte, fin dentro le nostre camere.
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20171217
#1824
Il soggetto era vestito con un completo tre pezzi in lana a quadri rossi e verdi, e le polaroid si soffermavano sui vari accessori su cui aveva costruito la sua identità di dandy, conosciuto in tutto il quartiere per il bizzarro stile di vita.
Ogni foto si soffermava su un dettaglio della sua personalità esteriore: l'orologio da taschino, la spilla del golf club, il fermacravatta d'oro, i gemelli a forma di dado, il fazzoletto con le iniziali, le piume sul cappello di tweed.
E ora non era altro che un cadavere, materia d'esame nel corso di fotografia scientifica.
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20171214
#1823
La necessità di dormire meno si era palesata proprio quando ne aveva più bisogno. Quelle ore di coscienza in più erano anzi diventate il momento più produttivo della giornata.
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#1822 (a J.B.)
Prima ancora di guardare e riconoscere, che a loro volta vengono prima di essere in grado di parlare, il bambino sente e ascolta. Lo fa già da prima di nascere, ed è allora che inizia a conoscere, in modo da poter poi riconoscere.
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20171213
#1821
Mi abbracciò nella folla, e in mezzo a tutto quel rumore: "Non è finita," riuscì a sussurrarmi.
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20171212
#1820
Galeotta fu la coda davanti al bagno, dove mi ritrovai dietro alla tipa che avevo fissato per tutta la serata.
Era assieme a un suo collega dall'aria precisina ma belloccio, ma questo non le impedì di avvicinarsi sempre più a me con piccoli sbadati movimenti retrogradi, finché non potei sentire distintamente l'odore di gomma al mentolo che proveniva dalla sua bocca. Dopo qualche vago tentativo di approccio e un paio di allusioni ben assestate, le sue labbra finirono sulle mie, morbide e umide, tanto che mi venne l'acquolina in bocca, e allora le toccai il culo, e lei mormorò qualcosa che non ricordo.
"Le mani possono vedere," risposi io.
"Le mani possono vedere," ripeté lei al suo collega, come se gli stesse spiegando qualcosa di logico che lui non aveva ancora afferrato.
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20171211
#1819
Lasciò la bici attaccata a un palo sul molo e prese il battello.
Un mondo misterioso si apriva all'arrivo, dove le banchine bianche di cemento si allungavano sotto al sole della laguna come in un sogno, consistenti eppure evanescenti. Un po' di gente stava sdraiata in un pallido tentativo di tintarella, ma molti avevano ancora addosso i vestiti a causa del freddo.
I suoi vicini erano tre ragazzi dall'aria poco raccomandabile il cui capetto si aggirava zoppicando inquieto su una gamba fasciata di fresco. Malgrado la ferita, non aveva perso una certa aria minacciosa, che si stemperò solo quando lui gli chiese se si era fatto male per via dello skateboard parcheggiato poco più in là. Poco più tardi, l'apparente intesa stabilita sulla comune base degli acciacchi di guerra non gli evitò di doversi difendere con quella stessa tavola dagli attacchi dei tre sgherri.
Dopo, nel pomeriggio inoltrato e ancora lucido, salì di nuovo sul traghetto, l'unico problema ora essendo cercare di ricordarsi a che fermata doveva scendere per recuperare la bicicletta.
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cornelius
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20171204
#1818
Posso controllarti. Posso perfino comandarti. Non basterà essere il mostro più orribile che mi sia mai venuto a visitare in sogno: sono io che ti ho creato all'oscuro della mia ragione, che però, a differenza di me, è ancora sveglia. Posso fingere di volerti baciare, e poi mangiarti la testa come il cannibale che tu stesso pretendi di essere.
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cornelius
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