20150604

#588

Avrebbe sempre voluto essere un viaggiatore elegante, vestito in tre pezzi di tweed, camicia di lino col colletto intercambiabile, papillon e un fazzoletto nel taschino, con scarpe di cuoio e la suola rinforzata, un cappello fedora arrotolabile, una borsa di tela e pelle, un bastone con pomello d'osso levigato, un orologio da taschino, una pipa di radica fiammata, un buon libro di poesia, un quaderno dalla copertina scamosciata, una Parker d'argento, una bussola d'ottone e una mappa della zona visitata, e invece si ritrovava sempre a spostarsi in stile sportivo, a volte tecnico al limite del tecnologico, pratico sì ma anche brutto a vedersi. Una cosa però lo avvicina al se stesso che avrebbe sempre voluto essere: al sorvolamento continua a preferire l'attraversamento.

20150603

#587 (Le nuove mosche #7)


SAN FRESCO D'ASSISI

La sera passò in modo così disteso e casuale che nemmeno lui, che aveva passato l'intero giorno a lamentarsi per il nervosismo, si accorse che era ormai notte. Nel cielo stellato come una trapunta, lasciò che Alban Berg tramontasse il suo pianoforte, simile a un jazz d'amore improvvisato da un dislessico, e senza bere fece in modo che il sonno si avvicinasse.

#586

Effettivamente gli aveva lanciato uno sguardo d'interesse mentre lui passava sotto alla sua finestra. Poi, quando lui aveva ormai già quasi svoltato l'angolo, l'aveva addirittura chiamato. Cosa che lui aveva sperato ma di cui non si era reso conto per colpa della musica alta nelle cuffie.
Maledetto Stravinskij e il suo uccello di fuoco!

20150527

#585 (Le nuove mosche #6)


LAVATO CON VERLAINE

Incontrai McMonica a Venezia, la prima volta, intenta a sistemare la suo nuova bomba nei grandi magazzini, e per dimostrarle il mio interesse le comprai una sciarpa nel reparto invernale, mentre l'ordigno ticchattava.
Quel giorno era il suo compleanno, ma non volle assolutamente dirmi l'ora dell'esplosione.

#584

I tre vasi guardano la strada dalla vetrina dello studio di pittura. Curiosi, i colli sottili e le teste larghe e piatte protese verso la luce come girasoli, vestono righe orizzontali bianche e rosse, uno alto e sottile, un altro basso e grasso, e l'ultimo a cui piace pensarsi normale ma che normale non è.

20150526

#583 (Le nuove mosche #5)


ZIGA BRIEL

Fu un giorno particolare, 21 Settembre, con le nuvole isolate bianche come pecore montate e il cielo pulito come gli occhi di Liv Ullmann.
Ero in un film di Bergman, singolarmente preso dall'impossibilità di essere completo, frammentando il pomeriggio in foto quadrate, limitate come le prospettive dell'architettura moderna.

#582

Le dirò, non avrei mai pensato di diventare un ballerino. Eppure oggi mi sembra la cosa più naturale del mondo, anzi faccio fatica a vedermi fare qualsiasi altra cosa. Mi chiedo come avrei vissuto, se non avessi avuto il coraggio e la sventatezza di seguire questa inclinazione, diciamo, inaspettata. (Sono stato il primo a stupirmi, che lei ci creda o no). Probabilmente sarei stato dietro una scrivania a compilare cartacce o tirare linee, e se qualcuno mi avesse detto che il Royal Ballet era in città avrei fatto una smorfia, così, sa: Royal Ballet? Quella roba da checche? Giusto per risultare socialmente accettabile. E il piede avrebbe continuato a battere sul pavimento sotto la sedia fino all'orario d'uscita.

20150525

#581 (Le nuove mosche #4)


AAICAB

Era convinto, insomma, che la struttura derivasse dalla visione momentanea che aveva degli incastri tra quei tasti. Costruiva geometrie visive prima che uditive, e il risultato scaturiva da quel che si formava mentre costruiva i suoi palazzi di note.
Maestro Schönberg, cosa ne diresti tu? cosa ne penseresti se fossi qui?

20150521

#580

Prima che mia madre decida di abbattere la vecchia locanda accanto alla chiesa sconsacrata sull'isola tra i due fiumi sotto al ponte e a ricostruirla sulla riva opposta, dove il sole batte invece quasi tutto il giorno, faccio un ultimo giro di perlustrazione attraverso le ampie camere piene di macerie, lungo i corridoi dalle pareti crepate e le porte crollate, nelle vecchie enormi cucine dove qualcuno ancora abita. Mi indicano un passaggio nel muro tra i condotti di areazione, e superate le colonne vuote degli ascensori arrivo finalmente nell'antico salone decorato, dove sotto l'altissima volta ancora lo Steinway suona stonato mentre una pioggia di polvere lo ricopre lentamente.

20150520

#579 (Le nuove mosche #3)

(–) IONS

Il mio piacere è infinito come i numeri
naturali.
L'universo, con la sua espansione, è più
limitato della gioia che provo nel conoscerti.

20150519

#578

Dev'essere uno dei posti più fortunati del mondo, perché non ho mai visto tante coccinelle come qua su, e il sole scalda anche se siamo già a metà ottobre, e il tabacco è buono anche se la pipa continua a spegnersi, e i grandi dossi coperti di prato sembrano tumuli di dinosauri, e i cani abbaiano in lontananza proprio sotto la casa del presunto assassino, e la corrente elettrica vibra ed esplode lungo fili di ferro e gli snodi di ceramica sopra il fienile, e l'orizzonte sa di Hunsrück e di altri luoghi della memoria, e il tempo sembra non passare ma fermarsi a prendere fiato, e le lucciole vengono a schiantarsi sul muro alle mie spalle.

20150518

#577 (Le nuove mosche #2)


RAGTIME

I suoi atti sessuali cominciavano nell'ingresso e, indumento dopo indumento, si protraevano di stanza in stanza fino al letto, cosicché i vestiti restavano seminati lungo il tragitto come le molliche di Pollicino.

#576

Mentre l'uomo riposava, una luce puntiforme dai confini a raggiera cominciò a pulsare in un angolo dei suoi occhi chiusi, come una stella attraverso le nuvole in un cielo notturno. Proprio come all'alba dei tempi, cercava di farsi strada trapassando cumuli dormienti di ignoranza primordiale. Solo al suo risveglio l'uomo si sarebbe reso conto che era il respiro pulsante del suo computer che lo importunava dal comodino col suo sonno luminescente.

20150517

#575 (Le nuove mosche #1)


UN TRANVIA LLAMADO DESEO

Il mio cazzo assomiglia a una penna stilografica, pensò Anton Webern sul bidè al sesto piano di un edificio al centro di Barcellona (costruito da Antoni Gaudì), immaginandosi l'inchiostro col quale avrebbe scritto la sua discenedenza.

20150516

#574

Che cosa ci potevo fare se a dispetto di quasi tutti quelli che conoscevo e frequentavo, non solo capivo le barzellette del New Yorker ma pure mi piacevano?

20150514

#573 (Le mosche #171)


TUTTO TORNÒ ALLEGRO

Credo che non dimenticherò mai il modo con cui la vecchissima signora Vittoria, centouno anni compiuti a settembre, ci intimava di iniziare a cenare: "Sedetevi, o vi si raffredda il culo", così ronzava quasi invisibile dalla sua enorme sedia a dondolo. È morta e non l'ho nemmeno salutata.

#572

A tutte quelle che pensano che Don Draper sia un figo della madonna voglio solo dire: non lamentatevi poi quando vostro marito comincerà a scoparsi la qualunque appena mette piede fuori di casa. E la maggior parte di voi non è bella nemmeno la metà di Betty Draper. Ecco, l'ho detto.

20150512

#571 (Le mosche #170)


JOHANN SEBASTIAN BECK

Crede di essere il Barone Rosso o chissacchì, col suo cappellaccio di pelle da prima guerra consumato, e gli occhiali impolverati nel rally. Guida ancora la sua vecchia R4 bianca, tra le pecore, con lo sguardo famelico e la bava, immaginandole nuvole, che ne so, e sparando idiozie.

#570

Per intendersi: non era il tipo che prima di attraversare la strada si fermava come gli altri ad aspettare sulle strisce che tutte le auto fossero passate, ecco.

20150511

#569 (Le mosche #169)


ARTILENE 444

L'uomo della CIA leggeva Playmen nel bagno del Pentagono, bianco e lucido come gli anni '60. Teneva la coniglietta del mese sulle zone basse, coprendosi per vergogna col paginone centrale e sudando di paura di fronte all'uomo che gli stava davanti, in piedi e con il lungo fucile al suo fianco.

#568

Sono mesi ormai. Ogni notte, nell'interregno tra veglia e sogno, mi vedo giocare a tennis. Più che vedermi: mi sento. Sono dentro di me, è il mio corpo quello che si muove, è con i miei occhi che vedo il braccio destro salire dal basso verso l'alto, la racchetta inclinata che colpisce la pallina in arrivo con l'angolo d'incidenza perfetto, la sua curva studiata per anni e perfezionata partita dopo partita, il miglior top spin dell'intero circuito professionisti.
Ma una volta colpita la pallina è come se il nastro si riavvolgesse e tutto cominciasse da capo. Ripeto questo gesto all'infinito, sempre lo stesso, per colpire sempre la stessa pallina, notte dopo notte. Se solo contassi ogni volta quante volte, forse potrei addormentarmi più in fretta, lasciar partire la pallina per un'ultimo colpo vincente e cadere, stremato e felice, nella terra rossa del sonno più profondo.

#567 (Le mosche #163)


GARZA

Aveva finalmente raggiunto la sua meta, con la bandiera americana, la tuta spaziale bianca e tutto il resto. Piantà l'asta tra due tegole rosse, sul tetto di casa, al quinto piano di un condominio in centro.

20150509

#566

Il motivo dei suoi famigerati ritardi non stava, come pensavano banalmente tutti, nella lentezza di ognuna delle azioni che componevano la sua mattina, che erano anzi rapide e funzionali, ma piuttosto nelle pause che scorrevao larghe e placide tra un'azione e l'altra.

#565 (Le mosche #162)


GIUNGLA DI BASILICO

Pensavo che tutte fossero vecchie vestite di nero nerissimo e avessero i capelli d'argento, bianchi come fili di seta. La suora che camminava vaporosa, invece, vestiva da angelo silenzioso, come una nuvola in cui contrastavano solo i capelli neri nerissimi, un corvo scuro apollaiato sotto il velo.

20150507

#564

L'odore di cipolla lo perseguitava. Era in ogni stanza, su ogni oggetto, nelle pieghe di ogni vestito, perfino tra gli ascuigamani appesi in bagno e le lenzuola riposte nell'armadio.
Non essendoci cipolle in casa, delle due l'una: o trasudava solfossidi o aveva la puzza sotto al naso.

20150506

#563 (Le mosche #161)


IL TRASUDANTE

La signora ondeggiava lentamente avanti e indietro stando seduta e dondolandosi sui piccoli piedi con le punte colorate a terra, silenziosa come le balene trasparenti dal cuore luminoso.

20150505

#561/562

Ho avuto un incubo: portavo mocassini di cuoio.

Ho fatto un sogno: ero il presidente degli Stati Uniti e una ragazza mi faceva un pompino.

20150504

#560 (Le mosche #160)


CHOPIN SENZA FILTRO

Todd Solondz non riesce a dormire. È più forte di lui, le sue camicie di lino bianco appese alle grucce come malati bendati gli sembrano prendere vita. È inevitabile: ogni notte aspetta la notte giusta per scappare.

#559

L'ultima intera notte senza mai svegliarsi Anton Korda non se la ricordava più: che fossero sogni o incubi, rumori dall'esterno o dall'interno, bisogno di bere o di urinare, ragionamenti sull'amore o sulla morte, pensieri di sicurezza o di evasione, un motivo o l'altro gli impedivano di dormire come un qualsiasi bambino dovrebbe.

20150503

#558 (Le mosche #159)


CICÀTI SHEEP

Lei non aveva avuto pietà di lui e aveva sferrato il suo attacco mortale senza esitare. L'eroe corazzato, privo ormai dei suoi poteri, uscì allora dalla propria armatura blu e si abbandonò sulla rena. Prima dello scontro le aveva urlato di lasciar perdere ogni pretesa, poiché l'unghia del suo indice era dotata di veleno micidiale: se solo lei si fosse ora controllata la ferita, avrebbe notato non quattro ma solo tre solchi sanguinanti, assolutamente non mortali.

20150501

#557

Quando i lupi lo circondarono, il Capitano si vide costretto a sacrificare il suo bracco, che intendendo sua missione quella di salvare il padrone, finì sbranato da quelle belve selvatiche.
Da dove arrivava invece il mastino che piombò ringhiando sul branco e riuscì così a disperderlo? Il Capitano non l'avrebbe mai saputo, ma ritenne giusto portarlo con sé al circolo ufficiali, là dove era certo di trovargli un buon padrone (lui non volendo tenerlo, giacché gli avrebbe ricordato per sempre il suo amato bracco).
"Dallo al Colonnello," disse il Maggiore ridendo, "ha proprio bisogno di un buon cana da caccia."
Il mastino parve allora sinceramente preoccupato dall'eventualità.
"Vi prego, no," disse, "ho fatto voto di non cacciare più, l'atto di braccare prede essendomi ormai affatto odioso."
Al che il Maggiore scoppiò di nuovo a ridere.
"Noi preoccuparti," disse, "puoi star sicuro che seguendo il Colonnello non correrai rischio di cacciare alcunché."

20150430

#556 (Le mosche #158)


GRAVE CAVE ATE

Sylvia Plath, monca e col destino monco, figlia di sua figlia, e di sua figlia madre.
Non sono lacrime quelle che abbandona davanti alla finestra diritta, ma sono calde comunque; dietro al vetro i fuochi d'artificio sono probabilmente solo un riflesso, rosso e verde, lontani dalle sue mani che le strozzano il cuore.

#555

Sono più cristiano io, che mi sono fermato alla prima comunione. Sono più cristiano io, che in chiesa nemmeno ci vado più. Sono più cristiano io, che nego l'esistenza del peccato. Sono più cristiano io, che se pure il peccato esistesse non lo confesserei di certo a un altro essere umano. Sono più cristiano io, che non rispetto il potere spirituale della chiesa. Sono più cristiano io, che abborrisco l'idea di un rappresentante di Dio in terra. Sono più cristiano io, che non credo nemmeno in Dio.

#554 (Le mosche #157)


FARRAR, STRAUS & GIROUX

Il ronzio del frigorifero mi ricordava le fusa di un gatto elettrico. Attraverso la finestra del cucinino al primo piano fissavo, dietro al cancello del palazzo difronte, la coppia abbracciarsi convulsamente nell'auto bianca e antica, e restai lì come un maniaco imprecisato, in dubbio tra godere del vetro a specchio che permetteva il nostro incontro univoco e fremere dell'odio che provavo per la loro felicità.

20150427

#553


Preoccupati come eravamo di tutte quelle zanzare, non facemmo caso all'enorme ragno che pendeva dal soffitto. Più che a un ragno somigliava a due ali di pollo spennato sovrapposte, ma una piccola testa ricoperta di occhi si affacciava tra la pelle glabra. Ci mise poco a crescere e a diventare un piccolo mostro peloso: simile ormai a un roditore, scese sul pavimento e prese a saltare sui muri, a cui si appiccicava come un rettile. Spaventati dalla sua agilità corremmo a rifugiarci in cucina, da cui, attraverso il balcone, avevano accesso anche ai bagni. Fu nostro padre a uccidere la bestia, che si rivelò infine molto simile a una martora, col solo aiuto di uno spazzolone.

#552 (Le mosche #156)


LADY LAZARUS

Quell'uomo, calvo come un uovo peloso, vedeva tra gli ochiali draghi ovunque, ne sentiva il fiato dietro le porte, lo sbatter d'ali, la puzza, addiruttura.
"Il mostro!" urlava guardando in un punto qualsiasi ma non mai nei miei occhi, "il mostro!" ed era quasi calmo, come se aspettasse solo che lo venissero a prendere.

20150422

#551 (#549b)

Poteva già vedere il suo futuro: si stava avviando a essere uno di quei misantropi da letteratura classica (a limite del didattico, quindi), privo di amici e di amore, solitario e chiuso in casa tra le sue collezioni di oggetti che, sebbene mai tradiscano, mai nemmeno rispondono con passione alla passione. Nessuna telefonata, nessuna lettera e, diocenescampi, nessun contatto di tecnologica virtualità. Un eremita del vecchio mondo, completamente integrato nel pressoché naturale solipsismo di quello contemporaneo.

#550 (Le mosche #155)


NON

“Un uomo che per colpa dell’allergia non possa godersi un prato d’erba in una domenica pomeriggio di primavera non può essere veramente romantico.”
“Io credo invece che un uomo che può godersi un prato d’erba in una domenica pomeriggio di primavera nonostante l’allergia sia davvero romantico.”

#549

Mai si sarebbe aspettato da se stesso questa evoluzione, di diventare cioè uno di quei noiosi casalinghi appassionati di musica antica e strumenti desueti (faceva sempre fatica ad apprezzare le ultime romanticherie d’oltralpe, per non parlare di quelle per solo pianoforte, strumento moderno che lo infastidiva oltremodo — eccezion fatta in entrambi i casi per L.Van Beethoven), vestiti di setosità orientaleggianti come la moda prevedeva, circondati dei libri di mistica, folklore e mitologia che la cultura imponeva. Di invecchiare oltremodo anzitempo, insomma.

#548 (Le mosche #154)

 
DELLE PENE D'AMORE DI VICTOR RAFELIO,
AVVILITO PER LA LONTANANZA DELLA SUA DONNA


6.

E ascoltando l’unico vero erede di Astor Piazzolla
Victor Rafelio si accorse di provare
nostalgie che non aveva, per cose
e posti che non aveva mai vissuto e visitato.
L’assenza della sua donna lo avviliva
ma queste erano sensazioni che a volte
è meglio provare da soli.

#547

Di lei riusciva a vedere solo il profilo di sfuggita, una parte del corpo da un’angolatura improvvisa, il colore dei capelli per un istante irripetibile. A volte gli sembrava di poterne percepire l’odore in una stanza da cui era probabilmente appena uscita, o di sentirne la voce in fondo a un corridoio troppo lontano per essere raggiunto. Ed era così che doveva amarla, misteriosamente e a pezzi.

20150421

#546 (Le mosche #153)


DELLE PENE D'AMORE DI VICTOR RAFELIO,
AVVILITO PER LA LONTANANZA DELLA SUA DONNA

5.
Di lei gli piaceva la pancia, dorata
e mostrata con cura e senza vergogna.
Lo sguardo divertito e le smorfie,
e i capelli donati al caso
gliela fecero desiderare nuda
scoperta come una madre implume
e color del sole,
come un corpo che lo aspetta al tramonto
sulla sabbia.


20150420

#545

È strano che fino ad oggi non ci fossi arrivata. Ma ora che ho settant'anni, e sono brutta e apatica, e la mia pelle è pallida e spiagazzata, l'idea mi ha colpito come un cazzotto in faccia: anche quando invecchiano gli uomini continueranno a desiderare le ragazze giovani e sane, perché a chi piacerebbe, solo perché vecchio e malato, un orologio che non funziona più o un'auto che non parte?

20150419

#544 (Le mosche #152)


DELLE PENE D'AMORE DI VICTOR RAFELIO,
AVVILITO PER LA LONTANANZA DELLA SUA DONNA

4.
Legge il giornale nella candela bassa
di questo locale per arie di bandoneon
e non si cura del fracasso di forchette
e di bocche masticanti.
Una classe francese, pensò Victor Rafelio
ricordando i suoi mesi parigini
e desiderando, con lei, di parlar d'altro.

20150413

#543

Ci sto così dentro che non riesco più a uscirne.

20150411

#542 (Le mosche #151)


DELLE PENE D'AMORE DI VICTOR RAFELIO,
AVVILITO PER LA LONTANANZA DELLA SUA DONNA

3.
Esperta di vini come della vita, si disse Victor
osservandola da qualche gradino più in basso,
coi denti storti e il naso lungo
riusciva comunque a essere sensuale,
mentre con le erre fischianti rimproverava al suo uomo
di essere tanto poco esperto di vini quanto di vita.

#541

Completo YSL, camicia Dior, panciotto Antonio Marras, cappello Borsalino, scarpe inglesi artigianali e orologio di Glashütte. Ogni elemento perfettamente fuoriluogo, col risultato che si sentiva completamente fuori posto. E voi? cominciò a sbraitare, pensete di essere eleganti, voi, colo perché avete quei vestiti addosso? L'eleganza è cosa interiore, e in questa stanza nessuno saprebbe dove sta di casa nemmeno se glielo indicassero su una mappa.

20150410

#540 (Le mosche #150)


DELLE PENE D'AMORE DI VICTOR RAFELIO,
AVVILITO PER LA LONTANANZA DELLA SUA DONNA

2.
Giovane cameriera dai capelli corti e neri
avanti e indietro per le scale sporche di vino,
bellissima e impassibile
senza sfiorare l'antipatia
della commessa irascibile
lo fece innamorare nel momento
in cui col dito lo sfiorò sulla schiena
per dirgli di spostarsi.

20150409

#539

Sessantasei chili e sei, il numero della bestia: anche stamattina la bilancia segna quel chilo e mezzo abbondante che non gli permette nemmeno la salvezza terrena.

20150408

#538 (Le mosche #149)


DELLE PENE D'AMORE DI VICTOR RAFELIO,
AVVILITO PER LA LONTANANZA DELLA SUA DONNA

1.
Bella e intransigente
con le gambe nude e la gonna leggera azzurra
la straniera scese dal tram rantolante
nel traffico di Buenos Aires
senza avergli ceduto un solo sguardo.
Victor Rafelio non ne poté vedere
che le belle gambe e il riflesso
del volto abbronzato nei propri pensieri.