20140722

#364 (Le mosche #59)


NEMO CAPITANO IN PATRIA

Un videogioco suonava il Peter Gunn theme ad ogni jackpot e le coltellate di Psycho ogni volta che la pallina cadeva dentro. Ero solo quando scattarono le 11:15. La cameriera dell'est mi guardava incredula e mestissima mentre pagavo il conto: mi ci erano voluti due caffè forti, un tè e un cornetto per smaltire la notte appena passata, una di quelle notti da bruciare che ti si spaccano addosso come un vetro rotto e i pezzi ti rimangono conficcati nei palmi delle mani per tutto il giorno dopo. Uscii sul finale di trombe, come un eroe metropolitano, camminando sul bordo della mattina.

#363

Prendeva quei vecchi e risolveva tutti i loro problemi: si addormentavano dolcemente, e quando si risvegliavano erano diventati degli ultras ai suoi comandi, finalmente liberi dal peso di dover prendere decisioni.

20140721

#362 (Le mosche #58)


DINAMIK OZONO

Perciò l'idraulico dovette lasciarci aperto quel buco nelle mattonelle del pavimento, proprio accanto alla doccia. Il giorno dopo ne venne fuori uno strano animale, metà topo metà scarafaggio. Lo uccidemmo col trapano.
Ma l'amore aveva già fatto il suo corso, e la femmina rimasta nel buco aveva dato alla luce una piccola pianta che, uscita dalla tana, durante la notte iniziò a produrre animaletti scuri e pelosi che si staccarono dai rami e invasero la casa.

20140719

#361

Ho finalmente mantenuto una promessa fatta un quarto di secolo fa a un undicenne solitario: sono andato a vedere, da solo, la quinta di Beethoven dal vivo. Quel bambino ora è contento, lo so per certo.

20140718

#360 (Le mosche #57)


IL SILENZIO FUNZIONA PIÙ DI UN URLO

Dopo averlo fatto per tanti anni in un lettino singolo, passare di colpo a dormire in un matrimoniale fu un trauma. Mi svegliai all'alba con una sensazione vuota di non appartenenza, con un'angoscia fredda e sibilante. Dove mi trovavo? Non nel mio mondo. Avere tutto quello spazio costringe all'agorafobia. Paura del vuoto chiuso in una camera d'albergo.
Se in un lettino tutto lo spazio si riscalda automaticamente con la presenza di chi ci dorme, in un letto doppio un lato resta sempre inesorabilmente freddo, tanto che è preferibile starsene in un angolo. Ci si dovrebbe continuamente spostare da un lato all'altro, o continuamente avere qualcuno accanto.

20140717

#359

Torniamo a casa dopo aver attraversato il fiume a bordo di una chiatta spostata a mano mediante un sistema di cavi e tiranti. Abbiamo oltrepassato l'ora dell'ultimo treno, e non ci resta che una cena in cucina d'altri e una notte in una soffitta polverosa. Dopo mangiato e prima di dormire, il vecchio si siede allora al tavolo e racconta una storia che ha per protagonisti un trattore, un medico, una madre e un figlio malato di polmonite, e il trattore — prima prodotto per la vendita, poi mezzo di trasporto, poi ancora assassino e infine ricompensa — è sia l'inizio che la fine della storia. Quel trattore, conutinua il vecchio, adesso è nel mio garage.

#358 (Le mosche #56)


LA SPINTA

Restare soli in casa
(finestra oblunga, odore del buio, slittare di passi)
Restare soli in un deserto
(orizzonte ondulato, fuga di lucertole, il suono del vento)
Restare soli in città
(riflesso delle vetrine, calore dell'asfalto, luci in silenzio)
Restare soli sui binari
(punti di fuga, richiami di tunnel, distanze in arrivo)
Restare soli sull'orlo
(sguardo di dopo, respiro di ora, abbandono di prima)
Restare soli su una barca
(mai successo)

20140716

#357

Una volta forse, ora certo non più, i principi e le principesse avevano tutti gli occhi blu. Poi un po' il sole, un po' l'aria cattiva, anche loro cominciarono a venire fuori con gli occhi di tutti i colori. A qualcuno, poi, in definitiva piacevano più i ragazzi e le ragazze dei ceti inferiori, del tutto uguali a loro tranne che per gli occhi, appunto, e dopo un po' finirono per sposarne alcuni. Allora i figli, privi di quel tratto distintivo, non avavano più nulla che ne indicasse la nobiltà; e del resto vergognandosi in fondo delle loro origini e dei torti che i loro antenati avevano perpetrato ai danni del resto del mondo, cancellarono perfino il titolo dalla carta d'identità.

#356 (Le mosche #55)


UNA NOTA SUONATA SUL PIANO DEL LAVORO

No, non è perché beveva.
C'è quel fruscio nella voce, ad ogni registrazione,
perché lui appoggiava la bocca al microfono.
È perché aveva la barba, ecco perché. Tutti quei
peli che frusciavano mentre cantava Be My Love.
È per via della barba.

20140715

#355

Una volta forse, ora certo non più, gli arieti parlavano, e camminavano su due zampe. Ma tanta era la fatica, con quelle corna enormi, di tenersi in piedi e non cadere, che a un certo punto preferirono di fare come tutti gli altri animali e diventare quadrupedi. La nuova posizione aveva i suoi vantaggi: l'erba era più vicina, e si poteva correre più voloce, per non dire di quanto fosse più facile scalare montagne e montare le pecore. Erano così felici che dopo un po' non sentirono nemmeno più il bisogno di parlare, a limite qualche borbottio di vicendevole dissenso o un breve monosillabo di approvazione.

20140714

#354 (Le mosche #54)


JOYCE

Ventaglia bene
la tua isola di proposte,
Corvo Rosso.

#353

Sapevo con non avevi capito nulla di me: io non voglio un'auto, voglio un autista.

#352 (Le mosche #53)


SACCHETTI DI MERDA

Meno di 12 ore fa
s'era trovato a camminare a lungo
tra enormi distese
di panorami orizzontali
case abbandonate
linee d'orizzonte cadenti
e pali obliqui del telefono.
Ora era in un appartamento
a centinaia di chilometri di distanza
steso in una linea cadente
che non aveva orizzonte.
"Quanto è grande il mondo"
pensò prima di addormentarsi.

20140713

#351

Temevo che il cielo se ne andasse.

#350 (Le mosche #52)


FAX GENERATION

Mel mio paese, quando arriva qualcuno di cui si stava parlano, si dice "he's coming down fast". Succede quando lo si vede sbucare dall'angolo della strada, ma anche solo se arriva da lontano, oppure se sta venendo giù dalle scale del suo appartamento. O addirittura se le scale le sta salendo per raggiungerci. Non importa insomma se stia scendendo o stia salendo, di lui si dice comunque "coming down fast". Chissà se per l'idea di decadenza comune e generale o se perché siamo tutti convinti, al mio paese, che un giorno anche Dio in persona scenderà velocemente per venirci a dire cosa diavolo ha intenzione di combinare. Ma anche se si trattasse del demonio che viene su direttamente dall'inferno, anche di lui diremmo "he's coming down fast".
Il mio paese è solo un grande paese, e qualcuno si ostina a chiamarlo città.

20140710

#349

Toccava a noi Castigatori intervenire, poiché nella Società Nuova eravamo gli unici autorizzati a punire gli Dei. Dovemmo dimenticarci la vita come l'avevamo sempre vissuta, lasciare le nostre normali attività quotidiane, abbandonare la nostra casa e i nostri cari, perfino i nostri vestiti abituali. Eravamo preparati a quest'evenienza fin da bambini, la Società Nuova ci aveva addestrati a questo scopo, ma pochi di noi avevano già avuto l'occasione di provare, e la novità ci eccitava e assieme ci atterriva.
Come una massa gotica ci muovevamo compatti, riconoscendoci tra vecchi colleghi, incontrati ogni giorno o forse una volta sola, con cui non ci si era magari mai salutati. Ognuno di noi era tenuto a scegliersi un compagno, con cui avremmo vissuto e perfino avuto intercorsi sessuali durante tutto il periodo della Punizione.
La Punizione si svolgeva in un'aula universitaria. Qui i figli degli Dei venivano interrogati, una scarpa sì e una no, in ginocchio su un piedistallo di legno levigato che da secoli aveva servito questo unico proposito. Se necessario venivano torturati, e poi eventualmente condannati. Per molti c'era la morte: la maggior parte venivano direttamente giustiziati davanti agli occhi dei loro genitori, mentre per i più duri era prevista l'autocombustione, che avveniva durante un corpo a corpo con uno dei Castigatori. Questa opzione prevedeva anche la morte del Castigatore stesso, e quindi veniva scelta solo come extrema ratio.
Chi di noi era restato in vita festeggiava con un'orgia lunga un giorno e una notte: gli Eletti aspettavano che i subordinati si denudassero e si lasciassero scegliere dopo un'attenta ispezione. Ogni Eletto poteva scegliere fino a tre subordinati, per poi magari scambiarli con quelli di altri Eletti.
Dopo di che tornammo tutti alle vite che la Società Nuova aveva scelto fin dalla nascita per noi.

20140709

#348 (Le mosche #51)


PALL MALL AND THE GREAT BALLS OF FIRE

Indagavano sullo stesso omicidio ma Stefan Zweig,
da bravo discepolo dell'ispettore Derrik, era sempre
un passo più avanti.
A Joe Orton questo importava poco: Stefan era un
pistacchiodipendente e non riusciva mai ad evitare
di lasciare una pista di scorzette vuote che Joe seguiva
diligentemente per non perdere il fluire delle indagini.

20140708

#347

E si è svegliato anche l'uccellino
che rompe il cazzo ogni mattino.

#346 (Le mosche #50)


SEZ. GENITORI IN MOVIMENTO

È un treno spento
come un'anguria senza spina
e senza semi
elettrica
e piena di gusto per l'assurdo
ferma sul binario
che porta dappernulla
sgocciolante di nonsenso
per nulal angosciosa,
buona come appena colta.

#345 (iQ#35)

Aprile
sulla scrivania
un altro mese vola via.

20140706

#344 (Le mosche #49)


SMALIZIA

Steso sul letto cinese
della casa in cui l'accesso a nessuno
è vietato
amici
parenti
amanti
nemici
latori di morte
postini
& malviventi.

20140613

#343

All'occorrenza il letto a baldacchino diventava di volta in volta tenda ottomana, ospedale da campo, cassero di poppa, accampamento medioevale, yurta nomade, tendone da circo, baracca ghiacciata, segreta sotterranea, torre d'avorio, castello in aria, costruzione della fantasia pronta a difendere, a salvare, a restare, a resistere, a salpare.

20140612

#342 (Le mosche #48)


SUPPERGIÙ GIUSTA

Pall Mall
i miei occhiali dissestati
oh, Pall Mall, i miei occhiali dissennati
cosa racconterebbero, se potessero, i miei occhiali dissociati.

#341

Vivevamo costantemente connessi col resto del mondo, ma scollegati tra noi.

20140611

#340 (Le mosche #47)


WE DO EVIL BECAUSE WE ARE THE EVIL

perché so bene che divento vecchio
la pancia mi si gonfia
e perdo i capelli
ma mi lascio andare lo stesso
cerco appigli, appoggi, approdi
una donna che mi contenga
e che mi renda felice.
È questo il vostro beato lasciarsi
trascinare dal fiume?

#339 (Le mosche #46)


WE ARE NOT EIL FOR THE EVIL WE DO

Cercavo appigli
posti per appoggiare le cose che depongo
fogli su cui apporre ricordi
orecchie che sentissero i ronzii della mia bocca
e che un giorno parlassero di me
una gonna che mi contenga
e che mi renda felice

20140610

#338

The future is a burning tan.

20140609

#337 (Le mosche #45)


IL SACRIFICIO DELLE OMBRE

Si scontrò col semaforo dipinto di
fresco
e la cosa la urtò.
Non fu tanto per il giallo
sulle mani, la maglia e il pantalone,
ma perché avrebbe voluto avere una scelta,
un cartello che l'avvertisse:
"wet paint".

#336

Ci sono tre modi di fare le cose: sapendo di saperle fare, sperando di saperle fare, sapendo di non saperle fare. In tutti e tre i casi la vera discriminante è volerle o non volerle fare, e l'incognita è capirlo.

20140605

#335 (Le mosche #44)


BLANC ET NOIR

Non credo ci sia giustiza
né pace
per gli innocenti diavoli come noi.
Del resto, che sono traditore
ormai lo capisco anch'io.

#334

Una delle cose in cui sembravano credere più fermamente è che lo spirito di quel che mangiamo resti improgionato nel corpo, almeno fino al momento di riespellerlo in forma di escrementi. Una difficile digestione era segno che lo spirito rifiutava l'idea di abbandonare l'ospite, e così il mondo, e quanto più l'alimento ingerito era indigeribile, tanto più voleva dire che lo spirito in esso fino ad allora contenuto era forte. E gli incubi che ne derivavano erano ovviamente messaggi diretti di quello spirito. In questo senso l'indigestione dava vita a una forma di divinazione, e come altre popolazioni assumevano allucinogeni e stupefacenti per giungere allo stato di trance e interagire con gli spiriti, così gli scamani di queste tribù mangiavano quanto più potevano per entrarvi in contatto quando questi erano ancora bloccati tra questo mondo e quell'altro, ed erano quindi più disposti a parlare. Facevano addirittura a gara a chi mangiava di più, perché più forte era l'uomo che riusciva a contenere lo spirito più forte. Rutti e flatulenze, va da sé, erano visti come forme di incontinenza, e quindi testimoniavano una certa inesperienza o incapacità dello sciamano. D'altro canto quelli più esperti erano capaci di trattenere lo spirito per giorni e giorni, e di liberarsi non prima di qualche settimana, se non di qualche mese. Durante il periodo di possessione tutti, anche gli uomini più comuni, assumevano atteggiamenti peculiari degli animali (ma anche dei vegetali) ingeriti, e fu su questa specifica caratteristica della credenza, così facilmente assoggettabile a una possibile capacità attoriale, che decidemmo di concentrare i nostri studi sul campo.

20140601

#333 (Le mosche #43)


THE THINGS I NEVER TOLD YOU

Odiava la sua cenere nel bidè,
l'aveva sempre odiata e la odia ancora,
come il passare di una domenica,
come il ronzio delle zanzare,
come i ritardi degli altri.

20140530

#332

È indiscussa campionessa di aerobic data insertion. Ma è molto brava anche nel lancio della smartbox.

#331 (Le mosche #42)


THE ADDICTION

Il dubbio lo assaliva innocentemente
anche nel cuore del giorno:
"Con chi passerò quest'altro capodanno?
Quale sarà la mano che stringerò
per attraversare quest'altro confine?"
E un velo azzurro gli calava sugli occhi.

20140529

#330

Il barbiere è come un confessore:
anche lui ha bisogno del tonsore.

#329 (Le mosche #41)


ADOLF WOLFLI

Una giornata produttiva per Greta,
bellissima ventenne che conosco già.
Questo nome mi gira per la mente, vorticoso,
scritto casualmente sul muro che guardo
appena mi sveglio.

20140526

#328

La chiamavano la ragazza del venerdì, perché era l'unico giorno in cui era possibile avvistarla. Compariva al campo quasi dal nulla, aveva un sorriro per tutti, a qualcuno rivolgeva perfino
una parola, e quello di sentiva scelto, privilegiato, e se ne vantava con gli altri. Poi, così com'era venuta, spariva, lasciando in giro il suo profumo di libertà per le grandi stanze piene di uomini, e una settimana di inconsolabili sospiri.

#327 (Le mosche #40)


MATTER OF FACTS

Viaggiavo sempre con una piccola macchina
fotografica e un solo rullino. Ogni volta che
finivo i dodici scatti rimettevo tutto indietro
e cominciavo a scattare di nuovo sullo stesso
rullo, e così per tre o quattro volte. Persone,
strade, camere d'albergo, insegne e bar si
accumulavano sovrapponendosi in un unico
diario di viaggio, fatto di sole dodici pagine.

20140523

#326

E siamo dunque arrivati al momento in cui per ogmi nuova tazza che arriva, una vecchia tazza è costretta all'esilio.

20140522

#325 (Le mosche #39)


TAIJIQUAN

Mi girai dall'altra parte
e la sveglia si chiese perché non fosse
riuscita a distogliermi dal sonno.
Non sapeva che avevo verdsato del veleno
nei suoi circuiti.

#324

Nel suo lungo e inconsapevole tentativo di diventare un personaggio, ora ha anche un ciuffo ribelle che gli cade sulla fronte, quasi fosse disegnato, come in uno di quei cartoni animati giapponesi.

20140521

#323 (Le mosche #38)


OBLOMOV

Una città senza balconi, sole e panni stesi,
fatta di fretta.
Brigida Ochain
si sentiva spoglia come l'autunno
in attesa che il cielo la coprisse.

20140516

#322

È una parte della periferia che non avevo mai visto, per metà antico borgo ormai praticamente annesso alla città, e per metà metropoli a venire ancora in costruzione. Mio padre e mia sorella tentano di prendere il sole restando seduti nel monovolume, ma io preferisco sentirmi l'aria sulla faccia. Scendo sul selciato di sassi e cemento e faccio qualche passo nel vecchio quartiere abbandonato, mentre gli abitanti di quello in espansione già si sporgono attraverso gli infissi nuovi delle loro finestre al dodicesimo piano. Sulla piccola collina che cresce in un angolo del cimitero sconsacrato un gruppo di ragazzi si riposa all'ombra dei fichi centenari, e quella tipa sembra del tutto decisa a farmi vedere cosa c'è sotto le sue mutandine fuchsia.

20140515

#321 (Le mosche #37)


LOIE FULLER

Questi frigoriferi che ronzano nella domenica
mattina, la ventola prende il vento tonda nel
vetro della finestra mentre l'uomo aspetta
facendo scricchiolare il cucchiaino nel caffè
come un cancello oleato male.
Chi è la donna che lo fissa silenziosa
e nascosta dietro quella finestra del terzo piano?

20140513

#320

Era chiaro a entrambi che non ce l'avrebbe fatta, glielo leggevo negli occhi anche se non parlava. E il fatto che fossimo al quinto piano di un edificio pericolante non aiutava: sì, la strada era stata completamente abbandonata e mucchi di macerie la rendevano un posto perfetto per un'imboscata, ma l'aria era ormai irrespirabile e sapevamo che quelle creature stavano comunque per arrivare. Nonostante sapessi benissimo che lasciargli la pistola era un errore (al mio rientro il capitano mi avrebbe degradato per quell'attimo di umanità), tolsi tutti i proiettili tranne uno e lo costrinsi a tenerla per sé.

20140510

#319 (Le mosche #36)


ENTRACT

Bel corpicino elettrico a ore nove e un quarto
tutta fatta brulica nell'erba si accende e si
spegne inarcandosi come bisce d'acqua, come
anguille angeliche morte nell'alcool e nel
sospetto che si è spento come sigarette fradice
come giovani ribelli perse tra i gerani.

20140509

#318

Seguivano tornanti in salita per quarantasei chilometri, tra pozze di fango scivoloso da un lato e pareti di roccia pericolante dall'altra. Ogni volta che c'era una curva io e mio padre scendevamo dal pick-up con gli altri braccianti e spingevamo, mentre mia madre alla guida cercava di tenere il mezzo in carreggiata. Quello che veniva adesso però era un ponte, cioé due lunghe assi su cui bisognava far sfilare gli pneumatici in perfetta linea retta. Mentre affrontava l'ennesima prova, mia madre pensava a cosa sarebbe successo se non ce l'avesse fatta: si giocava non solo la vita (la nostra e la sua), ma anche e sopratutto la reputazione.

#317 (Le mosche #35)


NUMBER 9

Balla il Nemico ascoltando Shostakovich.
Balla ancorato a un attaccapanni che
considera sua moglie
pieno di vestiti di guerra,
una sirena gialla al posto della testa
e il lamento di un soprano che pronuncia la
sua bocca. L'acuto dei violini nevrotici
lo porta alla tomba, una campana e un corvo
sulla campana, la luna dietro al campanile
e il campanile durante la notte.

20140508

#316

La canottiera era stanca di sentirsi appesantita sempre dallo stesso uomo.

20140507

#315 (Le mosche #34)


LATITUDINI

Ragazza bruna
che profuma di Big Babol alla fragola
sorride come una bambina
calze spesse strette
nelle vecchie scarpe da tennis bianche anni '80
belle gambe
strano crocefisso
e legge Čechov in pullman
masticando la sua gomma rosa.
"Il giardino dei ciliegi".