L'indiana ha appena partorito nel bosco, non ha fatto neanche in tempo a raggiungere un luogo nascosto, la si vede respirare affannosamente in ginocchio fin dalla strada, la scia di sangue lasciata quando ha cercato di trascinarsi lontano. Lo sceriffo Abels è sceso dall'auto di ordinanza per guardarla meglio: ha sempre desiderato una famiglia. Ma gli indiani sono scomparsi da questa zona da almeno centocinquant'anni, e nemmeno il suo desiderio può rendere reale quello che è appena successo. Così non c'è alcun dubbio che le autorità verranno a infrangere questo sogno, e che lui dovrà difenderlo fino alla morte.
20130902
20130829
#180
Anche secondo lui quei due cinesi si assomigliavano come gocce d'acqua, ma non faceva testo: per quanto lo riguardava i musigialli erano stati tutti separati alla nascita.
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20130827
#179 (iQ#25)
Due cazzotti
e poi un bacio.
Proprio come piace a lei.
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20130821
#178
Il barone di Schaffausen si guardò distrattamente allo specchio prima di uscire di casa. "Per Dio," disse in tedesco, "ho indossato una giacca a quadri su un pantaone a righe! Non mi riconosco più."
Da quel giorno non seppe più chi era, dimenticò il suo nome, i suoi sudditi presero possesso del suo palazzo e lo convinsero a servire colazione, pranzo e cena ogni mattina, mezzogiorno e sera di ogni giorno da quel giorno in poi.
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20130820
#177
Il caldo di agosto ancora troppo invadente,
appena svegli speriamo invano nel sole bambino.
Ci salutiamo nel nostro solito triangolo d'ombra.
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20130816
#176
È una fiaba, ma ha tutto il sapore delle leggende popolari, delle storie di paese. Vi si legge una sorta di malinconia, la tristezza di dover rinunciare alla felicità dell'invenzione: è la rassegnazione alla consapevolezza di poter raccontare solo ciò che è davvero successo.
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20130814
#175
È comparso all'improvviso alle nostre spalle, dal nulla, arrivando di corsa e fermandosi subito dopo, tirando il fiato, guardandosi alle spalle, forse arrivato da un altro tempo e persino da un altro spazio, all'apparenza inseguito da qualcuno o qualcosa, come se solo qui ed ora potesse finalmente smettere di scappare.
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20130812
#174
Nella lunga lettera che Dolores Boole si era svegliata con l'intenzione di scrivere alla curia di Clonfert a proposito della piccola diocesi presso cui aveva lavorato negli ultimi dieci anni, ce ne sarebbe stato un po' per tutti. I conti gonfiati e quelli non pagati, gli abusi d'ufficio di padre O'Malley e le continue ingerenze negli affari dei coltivatori della contea, le minacce più o meno velate a chi non era iscritto nelle liste della chiesa e soprattutto gli inveterati e perpetuati abusi sessuali di padre Jordan. Ora doveva solo esogitare un modo per farla pagare anche al giovane padre Murphy, prete bello che rifiutando di fare da intercessore tra lei e Cristo — come invece avrebbe avuto il dovere morale di fare — le aveva negato il suo amore.
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20130808
#173
Apre il pacchetto appena arrivato da Amazon, con la sensazione di stare per fare un passo decisivo per la crescita culturale della propria personalità: le sonate per violoncello di Bach e il primo album dei Buzzcocks.
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20130731
#172
Appena metteva piede sul suo skateboard Georg Roselius seminava i molteplici tic, tutti invalidanti, da cui era taglieggiato. Smetteva di ammiccare al vento, di mordere l'aria, di cacciare mosche inesistenti e sgomitare tra un'invisibile folla. Seguito da innumerevoli tatuaggi riacquistava la completa padronanza del suo corpo e la considerazione di chi lo conosceva. Terapia su tavola e rotelle.
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20130729
#171
Nonostante in molti nutrissero un ragionevole scetticismo per quelle vaschette di polpa di frutta (probabilmente a causa del loro retrogusto ospedaliero), a lui piacevano molto, soprattutto quelle al gusto mela: erano il perfetto anello di congiunzione tra sua nonna e le droghe sintetiche.
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20130708
#170 (iQ#24)
Sera di giugno.
Gocce di grasso
su carboni ardenti.
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20130705
#169
Le formiche si debbellano, come la proriasi e il muco. Persino il genere umano può essere totalmente eliminato dalla faccia della terra. Ultima resterà la polvere.
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20130702
#168
Gli stringono la mano, lo abbracciano, gli fanno i complimenti e gli auguri. Gli dicono che deve essere felice, visti i tempi, date le circostanze, considerata la situazione, da ogni parte si sente dire che dovrebbe essere felice. Ma lui pensa che nella vita siano pochi i momenti dati in cui si può essere felici per davvero. E sente che questo non è tra quelli.
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20130701
#167
"Signore, ho lasciato la mia casa e ho abbandonato la mia famiglia per seguirti oggi in battaglia. Ora devi dirmelo: cos'hai visto, ieri, nelle acque del mare?"
"Te lo ripeto: non ho visto nulla che ci debba preoccupare."
"Io credo invece che tu abbia visto il mio destino."
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20130628
#166 (Poesia d'Irlanda)
Il posto ci dà il suo abbraccio umido e freddo,
imploriamo per l'acqua calda me ne otteniamo solo
di fredda ogni volta che mettiamo piede fuori casa.
Del resto casa è ovunque parcheggi. Tengo il cappello
in testa, quando lo tolgo mi lascia capelli da nonno.
Ora comprendiamo lo spirito del luogo, che vive nei
locali pubblici, seduto a un tavolo davanti a una birra.
Forse il vento accarezza l'erba, ma sicuramente scuote l'orzo.
Alle scogliere più alte dell'isola siamo ognuno
nell'inquadratura di qualcun altro. La vera foto
è quello che succede alle nostre spalle, nel nostro passato,
le lunghe ore in pulmann, le chiese coi coperchi di vetro,
le tombe aperte. Alla fine cedo e scatto anch'io la mia foto,
quella che è stata scattata migliaia di volte prime della mia.
Qui non è mai arrivato il secolo dei lumi
e la sera bisogna leggere con la luce spenta.
Andando verso nord-ovest le vacche lasciano il posto
a pecore colorate di blu, e a sparsi cavalli abbandonati
e inselvatichiti. Il posto fa di tutto per destabilizzarci,
per respingerci, per demoralizzarci. Ma se il posto
non diventa a nostra misura noi diventiamo il posto,
diventiamo la pioggia, i gabbiani, erba bagnata
e pietre millenarie (dove del resto i preistorici venivano
a fare i loro bisogni, con buona pace degli archeologi).
Arriviamo nella capitale il 16 Giugno, festa del padre
putativo. Vediamo facce poco raccomandabili, figure
vagamente patibolari, tatuaggi di rosari, gambe che
non stanno in piedi. Vado in pellegrinaggio alla casa
dell'inizio del viaggio, odissea urbana in un'epoca a cui
vorrei essere appartenuto, cappello, completo di tweed,
bastone e compagnia cantando, e compro un'immaginetta
sacra del santo a cui mi sono ahime consacrato.
E quando tentiamo di andare via il posto non libera la sua
stretta, attorno al cuore o attorno al corpo, e ci imprigiona
nel luogo delle partenze e degli adii, restio a permettere
la nostra, o a concederci il suo. Il nostro abbraccio è guardato
con sospetto, al nostro bacio ruggisce un allarme, replica
un'evacuazione, le facce tese, i gesti nervosi, gli sguardi ottusi.
L'evacuazione rientra, l'allarme tace, il sospetto resta. Un posto
in cui sarà difficile tornare, da cui è ancora più difficile scappare.
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20130604
#165 (a W.S.)
L'ombrellino pieghevole già
sghembo
cinese quando va bene
venduto dai pakistani col sorriso
spento
che intonano il mantra del
prego-prego-prego-prego
come una preghiera
è il simbolo dell'effimero e
mentre loro pregano
per restare attaccati a
questo mondo
caparbiamente e ottusi
rappresenta per antonomasia
l'obsolescenza programmata.
L'ombrello classico è grande
del resto
decaduto emblema di stile
non s'intona mai col colore
degli occhi né
con quello del cielo
e per antonomasia
più costa più è facile lasciarlo
in giro.
L'impermeabile tecnico
di cordura caldo d'estate
in Goretex freddo d'inverno è
comuque sempre troppo caldo
in metropolitana e troppo freddo
in montagna e
cosa peggiore
lascia scoperte le scarpe.
L'impermeabile tascabile
il cui nome è in realtà una marca
causa l'effetto serra
sul pianeta corpo, sempre
ammesso che abbiate voglia di
metterlo e toglierlo
toglierlo e metterlo
alla bisogna.
Non resta che percorrere
una linea obbligata
seguire i cornicioni, sotto
i balconi, evitando le pozzanghere
infilare i porticati e
preservando l'asciutto
perseverare nella paura della realtà.
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20130528
#164
E dopo aver praticato il vampirismo per così tanti anni, si era finalmente dato al genocidio. La fine del mondo sarebbe venuta per mezzo dell'acqua, e avrebbe avuto proporzioni bibliche. Messo di fronte all'evidenza che questo avrebbe portanto anche alla sua morte, cominciò ad andarsene in giro citando le parole del suo più famigerato e ancora più sanguinoso avo, parole che solo ora gli sembrava di comprendere pienamente: "Alcune persone vogliono solo vedere il mondo affondare."
Molti dei suoi uomini, però, non sapevano nemmeno di lavorare per lui, e quasi nessuno l'aveva mai visto in faccia. Ed essendo del resto un mezzosangue, se l'avessero incontrato durante uno dei raid che lui stesso aveva ordinato, il rischio d'esser preso per una preda sarebbe stato ancora più alto. Allora doveva tornare ai vecchi metodi, e affondare ancora una volta i canini nei loro colli turgidi di testosterone.
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20130516
#163 (iQ#23)
Anche oggi alla finestra.
L'estate
che non arrivò.
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20130423
#162 (iQ#22)
Formiche in casa.
La natura che persiste,
ottusa.
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20130404
#161
Le persone sparivano attorno a lui. Davanti o persino dietro di lui le persone sparivano. Specialmente le donne. Svoltava l'angolo e ne vedeva una camminare sul marciapiede, più o meno una decina di metri davanti a lui. Poi, il tempo di guardare l'orologio o una vetrina, e quando rialzava lo sguardo lei non c'era più. Non una traversa in vista, i negozi sulla strada vuoti, nessun margine per infilare un cancello: la donna era semplicemente scomparsa. Oppure usciva di casa e ne vedeva un'altra arrivare dal fondo della via, e avanzare a passo spedito. Allora s'incamminava lentamente, dandole le spalle, fino a sentirne i passi dietro di lui. Poi, all'improvviso, più nulla, non un suono, non un passo: si girava e non c'era più nessuno. Aspettava, cercando di capire dove potesse essersi infilata, dove fosse sparita, ma nulla, non succedeva nulla. Alla fine gli convenne convincersi che non aveva mai seguito nessuno, che nessuno l'aveva mai seguito.
Il contrario di una paranoia.
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20120919
#160 (Trilogia del mattino - iQ#19/20/21)
Che strano svegliarsi
accanto a qualcuno
che non sei tu.
Mattina.
Siamo solo scheletri
rivestiti di sogni.
Ti avvicini.
Un bacio.
Svanisci. Come un fantasma.
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#159 (iQ#18)
Piedi in attesa
dell'inverno.
Il freddo ti fa bella.
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20120824
#158
L'edificio di due piani era stato tirato su un milione di anni prima all'angolo tra le due strade, piantato nel punto in cui la provinciale getta una traversa fin dentro il paese. Chi lo guardava dal davanti vedeva solo il bar al piano terra, le vetrine oscurate, le sedie spaiate, gli ombrelloni chiusi, i tavolini di plastica sbiaditi dal sole e l'insegna che prometteva mariscos (tapas e raciones) in un rosso rosicchiato dal vento e dalla salsedine. Ma chi girava l'angolo e lo guardava di lato scopriva il grande muro di onduline frangifuoco imbiancato alla meno peggio e un'unica finestra al secondo piano, le imposte chiuse, le tende tirate, e sotto al davanzale un neon con scritto EDEN a fare l'occhilino. È così che tutti la conoscevano ormai, Eden, è così che la chiamavano, anche chi sapeva che il suo nome era Teresa. E anche se ormai il neon non funzionava più e lo si poteva vedere praticamente solo di giorno, tutti sapevano che di notte, quando il bar chiudeva, Eden metteva in vendita le sue freschezze (tapas o raciones), prigioniera come una principessa in un incubo di provincia.
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#157
La fine del mondo è un po' più in là, dopo il parcheggio, proprio dietro quella curva. E poichè qui in zona suonerebbe blasfemo affermare di sapere cosa c'è oltre, il Signore o chi per lui ci ha regalato una splendida mattina di nebbia.
Sono tentato di fare qualche domanda all'autista del bus, che con la fine del mondo fa avanti e indietro ogni giorno, ma alla fine mi accontento della mia ignoranza. E dopo aver rischiato varie volte la vita per arrivare fin qui, oltrepasso il faro, salgo sugli scogli, fisso lo sguardo nel vuoto grigio e umido davanti a me e mi arrendo all'evidenza che non ho visto niente.
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#156 (Dittico gallego - iQ#16/17)
Gli alberi compaiono
come fantasmi
nella nebbia.
E le navi sono spettri
nei porti
mangiati dal tempo.
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20120724
#155 (iQ#15)
Luglio in città.
Concerto per grandine
e antifurti.
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20120702
#154 (Poesia del compleanno)
Dietro Trieste albeggia
e il grande bastimento
è rimorchiato in porto.
Il pescatore sul molo di Muggia
ha appena preso all'amo qualcosa
e adesso si accende una sigaretta.
Sotto la mia finestra le formiche
hanno ormai scoperto i resti della mela
che ho lasciato cadere e si riuniscono
confabulando tra loro sul da farsi.
Qualcuno nella stanza dorme ancora
dietro di me, che scatto una foto
e penso che tutto è chiaro, luminoso
eppure sconvolgente, come quando l'uomo
ha scoperto che il sole è fermo e la terra no.
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20120615
#153 (iQ#14)
Al supermarket
non comprare würstel.
Forza di volontà.
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20120613
#152
Preda dell'abitudine e della paranoia, quando era a letto in cerca di riposo faceva ormai fatica a distinguere le continue scosse di assestamento dal battito del cuore nella pancia.
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20120608
#151
Non mettevamo la musica a palla perché ci faceva paura il silenzio. Il silenzio non ci imbarazzava. Anzi, ci piaceva. Ma ci piaceva di più la musica.
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20120606
#150
Potrebbe tranquillamente essere così, ripeteva tra sé. Tranquillamente così. Forse non tranquillamente, si ripeteva, ma potrebbe. Così.
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20120604
#149
Hanno detto che ci voleva un volto comune, autorevole ma comune, paterno ma comune. Preso dalla strada, fra la gente, deciso e bonario ma pur sempre comune. E ora mi ritrovo dappertutto, ovunque affisso ai muri nella città, per le strade, tra la gente, con quell'espressione indefinta che mi hanno messo in faccia, con lo sguardo all'infinito e un completo di lino bianco, panama a tesa larga in testa e la mano destra protesa in un gesto affermativo tanto falso quanto scontato.
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20120531
#148
Il suo volto compare la prima volta dietro a un finestrino del treno che ho intenzione di prendere; poi è improvvisamente in ogni vagone di ogni treno della stazione in cui aspetto. Il treno comincia a muoversi, e da ogni finestrino di ogni scompartimento l'uomo si affaccia ancora, continuamente nella stessa posizione, ripetutamente davanti a me, indipendentemente dal movimento del treno, come un incubo a ripetizione. Quando corro per saltare di nascosto tra un vagone e l'altro, è ancora lui che mi tende la mano e mi aiuta a salire.
"Con questa stretta" dice accendendo poi due sigarette e porgendomene una, "sei ufficialmente diventato anche tu un viaggiatore acrobata."
Facciamo un lungo tratto di strada assieme senza quasi mai parlare, e ci salutiamo fraternamente quando arriva il mio momento di scendere per tornare a casa.
La villetta sorge presso una curva lungo i binari, il giardino è curato anche se sembra abbandonato, gli attrezzi ancora ammucchiati ordinatamente presso il muretto che abbraccia l'orto. Quando entro in casa mia madre è lì, come l'anno scorso, più vecchia di un anno. È di spalle, e non si volta a guardarmi. E lui è anche lì, accanto a lei, e mia madre si rivolge a lui chiamandolo col mio nome, trattandolo come un figlio, come se fosse suo figlio. Come se fosse me. E capisco che con quella stretta ho dato molto più io a lui di quanto lui abbia dato a me.
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20120526
#147
L'auto era una cadillac bianca che ci eravamo procurati pochi giorni prima, di quelle coi sedili di pelle neri messi per lungo e il vetro divisorio tra l'autista e i passeggeri, e le tre signore pesantemente ingioiellate e impellicciate sembravano molto contente del trattamento.
Vladich se ne stava in silenzio a fissare il panorama innevato che scorreva fuori dai finestrini rigati di pioggia, mentre io facevo da cicerone:
"Lassù è la zona dei russi, poi più giù viene quella dei polacchi, e qui siamo in quella degli jugoslavi."
"Ma siamo passati anche per quella dei finlandesi," precisò con una certa premura una delle tre signore. Era quella da cui ero stato colpito fin dal primo momento. Non era attrazione fisica, la mia, ma più come se ci fossimo già incontrati, e in quel momento non potevo nemmeno sospettare che fosse in realtà mia madre.
Quando l'autista (un albanese che avrà avuto a stento sedici anni) cambiò improvvisamente strada, fummo tutti sballottati di qui e di là, e mi ritrovai ingarbiugliato tra pellicce, sottane e grosse porzioni di carne calda e morbida. La cosa aveva preso un po' alla sprovvista anche Vladich e me, pure se conoscevamo bene i pericoli del viaggio e sapevamo che la possiblità di dover deviare senza preavviso per vie più sicure era sempre sietro l'angolo.
Attraversammo di tutta fretta le dischariche, città di rottami d'auto e frigoriferi e resti della civiltà appena passata, abitate dagli ultimi della terra, gente senza patria né religione. Ci fermammo solo per far pisciare le signore; e mentre Vladich teneva aperto lo sportello con un piede, io aiutavo mia madre, accovacciata su un canaletto di scolo accanto alla strada, a non sporcarsi la sua bella gonna di velluto.
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20120524
#146 (iQ#13)
Scorrer d'acqua
all'alba.
Il bagno della porta accanto.
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#145 (iQ#12)
Cammina
come se tutto le fosse concesso.
E lo è.
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20120515
#144
S'alza il fumo da mezzo a una cascina abbandonata, senza tetto, tra i campi di nebbia. Viaggio indietro nel tempo fin prima del tempo di questo magro focolare di probabili barboni, fino al tempo del tetto e delle bestie, quando le macchine non erano coperte dalla ruggine e all'alba s'era già nei campi a sgobbare. Poi mi fermo e torno un po' avanti, fino al tempo dell'ultimo abitante, il tempo esatto in cui chiude la porta per l'ultima volta e se ne va, uscendosene per i campi, verso dove non riesco a vedere. E mi chiedo se sapeva che era l'ultima volta, o se aveva piuttosto l'intenzione di tornare e poi chissà, chissà cosa l'ha tenuto via per sempre, dopo le bestie e dopo le macchine. Lo vedo chiudere la porta a chiave, mettersi le chiavi sotto alla camicia, attaccate per una catenella. Lo vedo lasciare la cascina vuota e ancora ammobbiliata, il tetto ancora in piedi. Tutta legna da bruciare, che brucia, ormai bruciata.
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20120417
#143 (iQ#11)
Certa d'esser sola,
piega in quattro
una metafora.
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#142
I miei sogni non ti assomigliano. Hanno capelli diversi, altri occhi, persino il colore della pelle a volte non corrisponde.
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20120327
#141
George Harrison, un robot programmato per perseguitare (e, in casi estremi, uccidere) i suoi simili che ancora si ostinavano a parlare le proibite lingue eterne, aveva passato l'intera mattina a piangere e lamentarsi sul sedile posteriore della sua limousine bianca, su per le salite e le curve del Vomero Alto fino allo spiazzo di San Martino, dove il suo autista se n'era rimasto fuori a fumare e a fissare quella parte del golfo che conosceva ormai così bene, pensando ai fatti suoi.
Quel pomeriggio, nella torre circolare innestata in quella che era stata prima la casa disegnata da e poi il museo dedicato a Curzio Malaparte, incontrò John Lennon e il suo protettore Tzvetan Todorov, allora direttore della Novaya Gazeta, che giocavano a scacchi su uno dei divani semicircolari perfettamente allineati all'enorme vetrata antiproiettile resa obbligatoria dalla circostanza.
Mentre stringeva nervosamente il suo bicchiere di Martini molecolare e i cubetti di ghiaccio tintinnavano impercettibilmente, (era d'altronde famoso per la sua mano tremolante, che restava perfettamente ferma solo quando doveva sparare) le pedine del suo migliore amico venivano strette d'assedio da quelle del temibile ma leale magnate bulgaro.
Completo bianco, capelli lunghi, il volto ridotto a uno smile di metallo satinato con un unico bulbo oculare meccanico simile a un oblò di vetro blu, Lennon stava sorridendo al suo antagonista, che gli sorrideva di rimando con sguardo ironico e bonario. "Se me lo dovessero mai chiedere, confermerò che hai tentennato a lungo," disse, "e che hai spesso rischiato di fallire, prima di farmi fuori definitivamente."
E Harrison, che come Todorov comprendeva benissimo quella lingua, (e che altrettanto bene sapeva che quando fosse rimasto l'ultimo a parlarla avrebbero mandato qualcuno a eliminare anche lui) fu certo che non era col padrone di casa che stava parlando.
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20120321
#140
Subito dopo aver litigato con i suoi vecchi al telefono, e aver praticamente sbattuto fuori casa la sua tipa, una cosa gli fu improvvisamente e definitivamente chiara: non si può fare il rock'n'roll e contemporaneamente stare attenti ai broccoli sul fuoco.
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20120314
#139
Sembravi più bella di quanto non lo fossi in realtà. Ma guardandomi allo specchio mi resi conto che anch'io lo sembravo. Mentre nella calda mattinata portuale tu già scaricavi i primi container col tuo ragazzo, il fatto che io dormissi ancora alle dieci passate rappresentava indubbiamente un ostacolo, e alzava una barriera tra noi; non tanto per l'ovvia questione pratica, quanto perché fino a quando non mi fossi dato una svegliata non sarei stato degno della tua considerazione. Ma mi aveva colto un torpore inspiegabile, di cui ti giuro che non andavo fiero. Così quel pomeriggio ti tenesti molto a distanza, in tutti i sensi, e io cercavo continuamente di riavvicinarmi, in tutti i sensi. Quando provai a toccarti mi guardasti come se ti avessi gravemente offesa. Però poi fosti tu stessa a comparirmi di soppiatto alle spalle e a prendermi la mano, costringendomi a inseguirti mentre scappavi sulle assi di legno riarso sotto le tende del molo. Sfuggimmo alla calura e ci rifugiammo in una delle stanze più fresche. Fu lì, sul divano malmesso, che finalmente ci demmo il primo bacio.
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20120305
#138 (iQ#10)
Erano pezzi sparsi
di legno.
Ora sono un letto.
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20120303
#137 (iQ#9)
Notte insonne.
Maledetti uccellini
del mattino.
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20120302
#136 (iQ#8)
Gita in provincia.
Vento negli occhi
e indigestione.
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#135 (iQ#7)
Volevo solo scuoterti.
Ho finito
per abbatterti.
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20120301
#134
La prima notte furono più che altro movimenti scoordinati, spasmi improvvisi e incontrollati, tremori e singulti, resi più angoscianti dal suo stato di incoscienza. Mi voltai a fissarla nel buio, le toccai una spalla e aspettai che si acquietasse.
Quella successiva furono invece note musicali, una rapida successione di toni binari, gemelli, ripetuti in maniera modulare, una vera e propria melodia, breve e perfettamente intonata, sussurrata a bocca chiusa e che pure bastò a svegliarmi. Stavolta fu necessario chiamarla per nome e scuoterla leggermente, prima che si rilassasse.
Stanotte a destarmi è stato lo strofinio leggero ma insistente delle dita sul lenzuolo, come se stesse battendo a macchina. Ha smesso appena l'ho abbracciata, solo per cominciare subito dopo a battere i denti, in un tichettio del tutto simile a quello di un telegrafo che riceva un messaggio in codice morse. È stato solo in quel momento che ho cominciato a sospettare che stesse funzionando come una telescrivente, e che io fosse il destinatario del messaggio che portava.
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20120229
#133
È la versione migliore di me. Fa l'elemosina proprio nel momento in cui decido di essere stufo di farla, si ferma a parlare con gli sconosciuti che sembrano aver bisogno di aiuto per trovare la loro strada, chiama a casa per chiedere ai miei come stanno, è gentile quando io sono antipatico, utile quando io sono menefreghista, presente quando io mi eclisso.
È sempre un passo avanti a me, come per controllare che il mio cammino sia sicuro, o segue i miei passi come un angelo custode, o addirittura ripercorre i miei passi in cerca di qualcosa che ho dimenticato o perso.
Mi somiglia, perfino, anche se la sua barba è già bianca, i suoi occhiali piccoli e spessi e il cappello vecchio e logoro. È come potrei essere io tra qualche anno. O come vorrei essere. O forse semplicemente come sarei potuto essere se solo avessi voluto.
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cornelius
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20120217
#132
Eccitante e terribile rendersi conto, passeggiando con la cuffia sulle orecchie, quanto bene s'inserisca l'ululato di quell'ambulanza laggiù nella melodia di Everybody's Gonna Be Happy suonata dai Kinks.
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cornelius
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